sabato 22 aprile 2017

mercoledì 19 aprile 2017

Acqua Fragile, di Riccardo Storti


Articolo apparso sul numero speciale di MAT2020, dedicato a Bernardo Lanzetti,  del Maggio 2013
di Riccardo Storti

Acqua Fragile
Posizionamento nell' universo musicale,
parallelismi con la classica e classica/contemporanea-osservazioni e commenti

Gli Acqua Fragile costituiscono sicuramente una tra le più stimolanti esperienze musicali che la popular music degli anni Settanta abbia saputo esprimere nel nostro Paese. L’elemento di fondo va individuato in una corrente assai ricca di contaminazioni tra generi, il progressive rock. Nato sul finire degli anni Sessanta in Inghilterra, il progressive rock, inizialmente, cercò di incorporare forme espressive - importate (anche) dalla tradizione colta europea – ben oltre i confini linguistici di propria appartenenza. All’epoca, questa temperie, non ancora definita e definibile in sede critica, assunse epiteti stravaganti ma – al tempo stesso – eloquenti (rock sinfonico, pop barocco, art rock, etc.) e divenne, a poco a poco, un punto di riferimento grazie alla produzione discografica di alcune fondamentali band (King Crimson, Genesis, Yes, Jethro Tull, Gentle Giant, E.L. & P.). In Italia fu, invece, con l’inizio degli anni Settanta, che il genere cominciò a mietere seguaci, sulla scia di ensemble dai nomi pittoreschi ma dalle idee molto chiare (Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Il Balletto di Bronzo, Il Rovescio della Medaglia, Museo Rosenbach). In questo nutrito novero è facile imbattersi anche negli Acqua Fragile. Date simili premesse, diventa quasi automatico - anzi, naturale – intuire che il progressive rock fosse foriero di composizioni complesse e articolate. Pur senza dimenticare la radice di quello spontaneismo insito nella pratica rock, il progressive si abitua ad organizzare le proprie intuizioni entro schemi formali ordinati. Il rispetto verso la grammatica musicale non viene vissuto in nome di un’aprioristica tradizione, ma semmai come un proficuo strumento volto a garantire ulteriore qualità a quanto si possa approssimare su uno spartito. O meglio, su una partitura. È proprio dalla partitura (ideale), in quanto specchio grafico delle singole voci, che bisogna partire per cogliere gli svariati elementi sostanziali nell’opus dell’Acqua Fragile. [1]
Sinfonismo rock: la rock band come l’orchestra. La grande utopia del progressive, da scorgere, soprattutto, nel gioco coloristico delle tastiere. Quelle di ieri (il pianoforte e il clavicembalo), quelle di oggi (il mellotron, i sintetizzatori Moog, Arp e VCS3 e l’organo Hammond). Inoltre, in studio, grazie alle sovraincisioni, si possono duplicare “voci”. E l’utopia sembra quasi farsi realtà. Ma non è solo una questione di colore. E la scrittura dove la mettiamo? Temi che, suonati dal “tutti” della band, hanno un sapore tipicamente orchestrale: in Morning Comes [AF] si scontrano – come accadeva in epoca classica nel primo tempo di una sinfonia – un motivo A drammatico (01’34”) ad un motivo B arioso (03’56”), quasi ad arginare il “racconto” cantato; l’ampia parte centrale in crescendo di Song from a picture [AF] è indicativa per il modo con cui la band somma colore a colore, lasciando emergere – a poco a poco – la “luce” vivida dell’intera composizione.  Uno stacco ancora più incisivo va rilevato in Cosmic Mind Affair [MMS]: si assiste ad un continuo (e complesso) affastellarsi di melodie, ben incastonate “a suite” secondo un perfetto meccanismo dinamico e ritmico. Una vera e propria “sinfonia” rock con un’esposizione, uno sviluppo e una ripresa (notare le differenti aperture strumentali a 01’07”, 01’46”, 04’14”, la coda con l’insistente frase di moog e la funzione “simbiotica” del coro). Altri intervalli di rilievo si possono notare durante il solo di chitarra di Bar Gazing [MMS; da 02’39”]. Alcune strutture richiamano lontanamente ad una prassi sinfonica: Mass Media Stars [MMS] ha un’introduzione, un’esposizione bitematica (tema A più lirico, tema B più movimentato) di contrasto, uno sviluppo ed una ripresa; lo strumentale di Professor  si alza sull’onda di un incalzante crescendo [MMS; da 04’55”]; Coffee Song sembra scritta come se fosse una specie di ampio adagio cantabile, per cui il tema strumentale – indipendente da quello vocale – viene ripetuto e leggermente variato quasi in forma innodica. Sinfoniche sono anche alcune “fanfare” (Professor [MMS] a 01’48” e più avanti)  ed i finali classico accordo pieno (Comic Strips [AF]).
Modular cantando: la musica cosiddetta leggera ci ha abituato alla canzone lineare, armonicamente “liscia”, senza troppe tensioni, semplice – quindi – da ricordare e ricantare. Nel progressive succede, invece, che ci si comincia a divertire. Come? Mischiando le carte. La melodia stessa si fa complessa perché preferisce mollare la strada maestra della tonalità d’impianto per intraprendere vie traverse, sentieri tanto impervi quanto affascinanti. Un’abitudine per chi ha sempre ascoltato l’opera lirica, gli oratori sacri e – se vogliamo esagerare – il novecentesco (e spiazzante) Sprechgesang. La procedura – come avviene nella musica colta – passa storicamente dal canto alla scrittura per ensemble. Ed è quello che capita, per esempio, in diverse composizioni dei Genesis. Gli Acqua Fragile non sono da meno: tenui ballate come Song from a picture [AF], e  Bar Gazing [MMS] vivono di incisive tessiture melodiche attente a produrre interessanti modulazioni.
Contrappunto: è la somma che fa il totale: l’approccio contrappuntistico è conseguente al particolare aspetto melodico, fin qui illustrato. Va da sé che se entrambe le linee – orizzontale e verticale – si intersecano con esiti fedeli alle premesse modulanti, l’affresco contrappuntistico mostra un’articolazione degna di nota. E in campo rock. La musica europea ha una tradizione contrappuntistica solidissima, patrimonio naturale della nostra eredità acustica. Possiamo fare risalire le radici dall’Ars Nova fino ai Fiamminghi, a Palestrina per raggiungere J.S. Bach, il grande sistematore. In ambito progressive vi fu una band che seppe trasfigurare il contrappunto (non solo strumentale ma anche vocale) in una sorta di marchio di proprietà. Mi riferisco ai Gentle Giant. In Italia, anche gli Acqua Fragile dettero parecchi contributi “contrappuntistici” nella loro opera. Prendiamo l’attacco e tutta l’evoluzione di Comic Strips [AF], capace di mettere d’accordo dissonanti verticalizzazioni con un episodio canoro, apparentemente, tranquillo.
Voci e cori: la questione “vocale” merita di essere trattata con una sensibilità critica differente, poiché, grazie soprattutto al particolare timbro di Bernardo Lanzetti, vi sono parecchi aspetti che sfuggono a qualsiasi categorizzazione di comodo. Al di là del solismo individuale, le ristrette (ma incisive) masse corali si muovono dai saltelli contrappuntistici alla Gentle Giant (come nell’ipercinetica Three Hands Man [AF] o in Professor [MMS]) alla scorrevolezza melodica “californiana” (penso a Crosby, Still, Nash & Young per Opening Act [MMS]) per tentare una sintesi più “classicamente” progressive alla Yes (la chiusura di Professor [MMS]). Da non sottovalutare effetti, talvolta, dissonanti (Education Story [AF]).
Un’altra “voce”, un’altra lingua: si è accennato alla grana vocale di Lanzetti, senz’altro unica nel panorama italiano. Molta critica ha preferito fermarsi alla semplificazione derivativa legata o a Peter Gabriel dei Genesis o a Roger Chapman dei Family, se non scomodando Derek Shulman dei Gentle Giant. Ovviamente le similitudini sono molte, ma tale “distrazione” rischia di limitare l’analisi di un canto più performativo che esornativo. È una voce che si fa largo e crea una gestualità musicale tutta sua, di toni e colori cangianti, dalla volubile temperatura espressiva. A rinvigorire la proposta, una scelta di campo: l’Inglese per i testi con liriche molto curate, tra impegno e fantasia, per arrivare oltre confine. E la sua “voice impossibile” è il collante che tiene tutto insieme. Parole e musica.
Piano e forte. Dinamica e tempo: nel rock si va di 4/4 e con dinamiche piuttosto uniformi. Niente chiaroscuri o range esplorativi dal “piano” al “forte”. In fondo, questa era musica nata per fare divertire e ballare. Il progressive – invece – comprese la forza evolutiva (e accrescitiva) del calcolo, sia per le “metrature”, sia per le dinamiche. Poliritmie maturate dallo sperimentalismo immanente della classica contemporanea; silenzi che cedono a frastuoni come nella migliore tradizione romantica. La produzione progressive anni Settanta è piena di narrazioni musicali, dall’unicità – paradossalmente – eterogenea. Le chiamavano, erroneamente, “suite”, ma erano più motivi concatenati tra loro (meglio “medley”, allora…). E per non creare cesure troppo evidenti, la gradazione dinamica diviene fondamentale, un ausilio risolutivo e volto a rendere ancora più raffinate le tessiture armonico-melodiche. Ciò accade soprattutto nei brani più corposi degli Acqua Fragile (lo spezzatino metronomico di Comic Strips [AF], le frequenti mutazioni dal 4/4 al 7/4 – e viceversa – di Education Story [AF], gli spostamenti di accento in Three Hands Man [AF], gli stop and go di Professor [MMS]).
“Ars Antiqua”?: se molte band di progressive hanno ammesso le proprie simpatie stilistiche per maestri ed epoche musicali del passato, nel caso degli Acqua Fragile ciò non è esplicitamente avvenuto. Le ragioni risiedono ai blocchi di partenza. Il loro è stato un rock che ha saputo evolversi inglobando influenze (poi) adattabili ad una particolare sensibilità creativa. Ma qualche calco si palesa nella loro discografia: a 5’17” di Three Hands Man assistiamo ad un breve episodio – ripreso anche nella coda - assai somigliante ad una sorta di marcetta suonata da ipotetici strumenti a fiato (è comunque una tastiera) accompagnata da un tamburo. Un vago sospetto di Branle rinascimentale con la vivacità di una Gagliarda? Il dubbio si insinua, poi, l’aggiunta della batteria, della chitarre e di alcune figure veloci di organo mutano il quadro in rock, ma si è capito che l’incipit viene da lontano.
Il basso elettrico (e continuo): vale la pena accennare come, negli album degli Acqua Fragile, venisse sfruttato il basso elettrico. Questo strumento, ai primordi del rock, svolgeva funzioni piuttosto elementari ma necessarie. Al di là di essere un cardine ritmico, il basso – melodicamente e armonicamente – si limitava, comunque, a rimarcare la nota fondamentale dell’accordo (la tonica), con qualche tenue variazione. Dopo i Beatles – prendiamo la linea di basso di Something, ad esempio – e con l’avvento del progressive, il bassista, per forza di cose, deve possedere una marcia in più. Spesso, se è dotato di un talento solistico, studia jazz, ma non è quel che ci interessa in questo contesto. Allora ascoltiamo che fa Franz Dondi, bassista del gruppo dalla formazione inequivocabilmente rock. Il suo basso “lavora” sotto: c’è un accordo e lui ricama, talvolta doppiato dalle note gravi di una tastiera e/o di una chitarra; ma è lui che marcia in prima fila. Se vogliamo, si comporta un po’ come la sezione più grave degli archi di un concerto grosso barocco; in un certo senso, pare simulare – pur con i distinguo del caso - quello che gli antichi chiamavano “basso continuo”. Nel corso di un 4/4, la trama “bassa” di note da 1/4 vengono animate da inserimenti di gruppi da 1/8, ma sempre con moderazione, senza manifesti sforzi titanici ed esibizionismo. Uno sfondo necessario, che dà forma e colore ad una trama contrappuntistica pulita e lucida. Mass Media Stars [MMS] si articola proprio partendo dalla traccia tarantellante del basso di Dondi, a cui si aggregano tastiere, chitarre e batteria; e nello svlluppo l’interprete si muove sull’asse armonico dettato dal “tutti”, svisando pregevolmente (alcuni punti sono istantanee da non perdere a 02’15”, 02’25”, la scala a 03’22”, 03’57”, 05’02”). In altri casi (Opening Act [MMS], Professor [MMS]) il basso rifinisce e presta una voce, comunque, alternativa al canto, dialogando con gli altri strumenti.
L’orchestra e il Maestro Concertatore: dove c’è un’orchestra, ci deve essere un Maestro. Una sorta di supervisore capace di dare la dritta in fase di arrangiamento e desideroso di seguire i musici da lontano, magari a bordo di un pianoforte. Accade anche nel progressive. Poi in quello italiano, taluni battesimi sono stati addirittura storici (Luis Bacalov padrino di New Trolls, Osanna e Il Rovescio della Medaglia; Le Orme con Gian Piero Reverberi). Per gli Acqua Fragile, fu importante la presenza di Claudio Fabi, che non si limitò a produrre i due album (insieme alla PFM), ma anche ad offrire coerenti contributi di organizzazione sonora. Oltre alla voce di Lanzetti e al basso di Dondi, il collettivo si reggeva sulla chitarra di Gino Campanini, il drumming eclettico di Piero Canavera e la tavolozza multitimbrica delle tastiere di Maurizio Mori, a cui si aggiungeva, talvolta, il pianoforte di Claudio Fabi. Più che una band, quasi una bottega artigianale, dove la nota veniva forgiata con cura e dedizione. Tutti per uno. Uno per tutti.  



[1] Discografia di riferimento:  Acqua Fragile (Numero Uno – 1973), d’ora in poi (AF); Mass Media Star (Ricordi – 1974), d’ora in poi (MMS).






domenica 2 aprile 2017

Che cos'era il Boffomundo Music?




Bernardo racconta qualche aneddoto a proposito dell’intervista al Boffomundo Show, datata 1979.

Nell'estate del '79, mi trovavo a Los Angeles alla ricerca di un contratto discografico per la versione inglese di "KO". Ricontattando gli amici come Armando Gallo, fui invitato in questo piccolo studio TV per un'articolata intervista sul Prog. Risposi in totale libertà alle domande dei conduttori e, a distanza di tanti anni, confrontando le interviste con altri artisti molto più famosi, devo dire che me la cavai piuttosto bene.
Curioso il fatto che all'epoca ne io ne i conduttori sapevano esattamente cosa volesse dire "Boffo". Solo recentemente, Mario Lanfranchi, mi ha edotto sul fatto che gli americani usano la parola "boffo" per dire "bello", tra l'altro, credendolo un vocabolo italiano.
Mario citava a proposito la recensione positiva di un concerto del soprano Anna Moffo, all'epoca sua moglie. Il giornale titolava:
"Anna Moffo is very boffo!".
Un po’ di tempo fa, riguardando la Boffo-intervista, rimasi molto colpito e un pò commosso dal mio accento americano, quello che ho perduto dopo le mie esperienze di lavoro a Londra.







sabato 1 aprile 2017

Bernardo Lanzetti a Madrid...



                                                                               MADRID...                 MUSEO THYSSEN: UN FRANCIS BACON


E... EDWARD HOPPER